L'idea di Europa dei padri fondatori sta perdendo i pezzi

Pubblichiamo di seguito, l'intervento di Alessandro Corrieri, vice presidente di Confartigianato Imprese Pistoia e presidente del Consiglio di Zona Valdinievole Est, al convegno sull'Europa che si è svolto a Montecatini Terme

di Alessandro Corrieri

Montecatini - Un doveroso ringraziamento al Comune di Montecatini Terme ed al consigliere Baroncini che, come membro dell’assemblea Anci giovani, ha consentito la realizzazione di questo importante evento nella nostra amata città.

Con esso si intende celebrare il 60° anniversario della firma dei trattati di Roma che, di fatto, hanno istituito l’attuale Unione Europea.

Da quel lontano 1957 ad oggi le cose sono cambiate, anzi viviamo in un’altra dimensione.

Questo momento di ascolto è importante e doveroso, anche se tardivo, visto ciò che sta accadendo alla nostra Europa che, lentamente, sta perdendo pezzi.

La crisi dell’Europa la stiamo vivendo giorno per giorno e, la conferma di questo stato di fatto, la si può leggere anche attraverso i numeri.

Ne citerò alcuni che, a nostro giudizio, evidenziano questo fenomeno.

I dati del centro studi di Confartigianato Imprese, sulla base dell’ultima comparazione disponibile del Fondo Monetario Internazionale, mostrano come nel 2020 l’unione a 27 - quindi dopo la Brexit-, sarà sorpassata dalla Cina nella percentuale di produzione di Pil mondiale.

Nel 2017 le maggiori economie avanzate (il cosiddetto G7) detengono quasi la metà della ricchezza mondiale (46,2%), quasi il doppio delle maggiori economie emergenti comprese nel BRICS (23,4%).

Dal 2002 al 2020 il G7 passerà da una quota di Pil mondiale del 64,8% al 42,7% mentre i Paesi BRICS dal 8,6% al 26,6%.

Già nel 2015 i BRICS hanno superato il Pil europeo e quest’anno sarà superiore di oltre il 13% rispetto a quello dell’Europa a 28.

Questi pochi dati, a nostro avviso, dimostrano come le politiche europee siano “sbagliate e poco lungimiranti” nei confronti dei cittadini europei.

Entro nelle dinamiche europee, anche qui con pochi ma significativi dati, che fanno capire l’orientamento delle politiche comunitarie.

Nel periodo 2007-2016 il Pil della Germania è salito di oltre il 24% a fronte del 14,4% della Francia, del 3,9 dell’Italia e del 3,1 della Spagna. Le economie di Francia, Italia e Spagna messe insieme sono cresciute dell’8,1%: circa sedici punti in meno dell’economia tedesca!

Dopo l’uscita del Regno Unito, l’economia europea si sbilancerà in modo marcato a favore della Germania.

Nel 2007 la Germania pesava per il 19,4% del Pil europeo a 28. Dopo la “brexit” e grazie alla maggiore crescita registrata nell’ultimo decennio la quota relativa al Pil della Germania nel 2016 è salito al 25,2%.

Questo dimostra che le politiche attuate dall’Europa sono state indirizzate in maniera inequivocabile, verso il Paese tedesco ed a scapito del resto Paesi dell’Unione Europea.

Probabilmente i politici tedeschi sono stati più bravi, efficienti e lungimiranti, ma forse anche consapevoli che le “importanti” risorse disponibili “veicolate su specifici tragitti economici e finanziari” avrebbero portato a risultati tangibili per il loro Paese.

Il sogno europeo era ben altro!!!!!

Forse sarebbe importante ricordare le condizioni della Germania alla luce dell’abbattimento del muro di Berlino.

L’Europa di oggi avrebbe fatto un sol boccone di quel paese - vediamo come si è comportata con la Grecia, la Spagna e la stessa Italia - invece lo spirito solidaristico portò i componenti europei ad aiutare in maniera massiccia la ripresa economica, ma soprattutto l’equità e la pacificazione sociale del paese.

Parlo del sogno europeo perché nel mio percorso formativo all’interno di Confartigianato ho avuto l’onore di parlare e confrontarmi con coloro che nel sogno europeo credevano fortemente e lavoravano per attuarlo.

Ricordo ancora nitidamente, nonostante siano passati diversi anni, il grande entusiasmo che il professore Umberto Stefani, allora direttore generale onorario della commissione europea, riuscì a trasmetterci parlando del sogno europeo e di come, quel sogno, avrebbe portato benessere e progresso alle ai Paesi dell’Unione.

Quello era lo spirito che pervadeva coloro che nel 1992 firmarono il trattato di Maastricht.

Recenti dichiarazioni del professore testimoniano come quel sogno sia dimenticato e come l’Europa, perdurando sulle “logiche” attuali, sarà destinata alla sua disgregazione.

Tornando alla “realtà” ritengo che il nostro Paese debba fare “mea culpa”.

Scelte politiche quantomeno opinabili hanno cercato di rendere l’Italia simile alla Germania, ritenendo la grande industria l’unica risorsa in grado di far progredire il paese.

La manifattura o era grande o non era; scimmiottare il modello tedesco ha portato alla svendita del patrimonio industriale italiano che era fondato (e lo è ancor oggi), per la maggior parte, da piccole e medie industrie di alta qualità e competenza.

Pmi che basavano le loro fortune sulle risorse umane e su investimenti produttivi piuttosto che sulla finanza, più o meno allegra.

Cito ancora dei dati a supporto di quello che Confartigianato sostiene.

Le micro imprese (cioè quelle fino a 10 dipendenti) in Toscana - ma i dati sono simili a quelli nazionali -, sono il 95,3%, ed occupano il 53,6% dei lavoratori.

Se a queste aggiungiamo le imprese fino a 50 dipendenti, le cosiddette piccole imprese rappresentano il 99,6% del totale delle imprese ed il 75,2% dei lavoratori, con una quota di export in UE pari al 45,1% che diviene il 54,9% dei Paesi extra UE.

Gli ultimi dati disponibili relativi alle esportazioni manifatturiere dirette, per dimensione d’impresa, indicano che nel 2014 le micro e piccole imprese italiane hanno venduto per 58,4 miliardi di euro pari al 3,6% del pil nazionale, seguono la Spagna al 2%, la Francia con 1,5%, Germania con 1,1% ed il Regno Unito con lo 0,7%.

L’Italia mostra un’incidenza dell’export diretto delle micro e piccole imprese sul Pil 3 volte superiore alla Germania /primo paese manifatturiero in Europa).

La domanda, quindi, nasce spontanea.

Quali politiche deve portare avanti l’Italia e quali logiche deve sostenere in Europa?

Certamente portare e sostenere le istanze di milioni di imprese è più complesso rispetto all’appoggio di poche e ben organizzate multinazionali.

Ma questo è il tessuto produttivo italiano ed è difficile combattere il nanismo aziendale senza politiche che favoriscano la crescita dimensionale, l’aggregazione ed il consolidamento patrimoniale.

Lo Small businness act se non interamente attuato non può produrre gli effetti sperati!

Il gap Italia – UE calcolato sul costo energia elettrica alle imprese non agricole, nella sola Toscana, costa alle aziende 667 milioni di euro, la durata complessiva dei procedimenti civili è di 1.341 giorni (3 anni e mezzo), i costi degli adempimenti amministrativi medi per impresa con dipendenti ammontano a 18.400 euro.

Non voglio parlare del rapporto banca- impresa.

Anche da questo punto di vista le direttive europee hanno favorito paesi diversi dall’Italia prendendo parametri che poco si confanno alle nostre aziende .

Nonostante ciò, anche i Paesi che maggiormente hanno beneficiato della Comunità europea stanno dando segnali di insofferenza nei confronti delle Istituzioni europee, testimonianza sono le recenti consultazioni politiche in Germania ed il crescente peso delle forze politiche che considerano l’Unione Europea come un corpo estraneo.

Concludo riprendendo un concetto di Giulio Sapelli riguardante la differenze tra Stato e Nazione e che ritengo sia calzante per l’Europa attuale: uno Stato è un’unità legislativa ed economica, una Nazione è una comunità di destino.

Spero vivamente che le Istituzioni europee facciano propria questa definizione adottando politiche che portino i cittadini europei a sentirsi parte integrante dell’identità europea e del sentimento di progresso legato al benessere che deve essere proprio della nazione Europa.

 

 

 

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